Elemosina di cittadinanza

Tra diritto allo studio e elemosina di cittadinanza: il nuovo mondo del lavoro – In una recente trasmissione TV, conclusasi con l’ennesima lite, tra applausi e ululati del solito pubblico addomesticato, l’economista e scrittore Alberto Forchielli, ha lanciato un messaggio decisamente chiaro al quale, purtroppo, quelli che ne sarebbero i naturali destinatari, giovani e politici, hanno dimostrato totale sordità oltre a non considerare che potrebbe avere ragione.

Interrogato sul reddito di cittadinanza, Forchielli, giustamente e coerentemente con le sue idee, lo definisce uno strumento perfetto per agevolare la permanenza sul divano. Una prospettiva coerente con il pensiero, tra gli altri, di Milton Friedman secondo il quale “se paghi la gente che non lavora e la tassi quando lavora, non sorprenderti se produci disoccupazione.”

Ovviamente è partita indignata la reazione di chi, giovane e senza lavoro, ha sostenuto che, a causa della mancanza di prospettive sia giusto sostenere chi è in attesa di opportunità che dovrebbero essere create (da chi?), mediante un sostegno economico. In particolare, con non poca saccenza, una giovane ha sbandierato due lauree a cui ha aggiunto due master e la conoscenza di due lingue per giustificare il “diritto” ad un sostegno a causa della mancanza di lavoro. La risposta è stata esemplare: ti sei laureata in scienze politiche e non lavori? Non lamentarti: hai un titolo inutile. In questa situazione ti ci sei cacciata volontariamente. È colpa tua.

Le urla dei presenti nello studio hanno probabilmente impedito al messaggio di Forchielli di perfezionarsi ed essere compreso e a molti è sfuggito che una delle cause di disoccupazione, va ricercata proprio in scelte decisamente sbagliate quando è il momento di decidere un percorso di studi. Illusi da prospettive errate o da sogni, i giovani di oggi hanno, anche grazie alla rete, la possibilità di farsi un’idea di quelle che possono essere le prospettive future ma, purtroppo, vecchi stereotipi, luoghi comuni e non poco immobilismo, portano a scelte dagli effetti drammatici.

Il diritto allo studio è sacrosanto, e confidiamo che nessuno lo metta mai in discussione o tenti di limitarlo. È peraltro opportuno e necessario spiegare ai giovani che il loro diritto di accesso allo studio non coincide, prima di tutto, con quello al pezzo di carta, e ha come suo natale contraltare il dovere di studiare; è necessario anche renderli consapevoli che, una volta laureati, non trovino il posto di lavoro per cui si erano magari diligentemente preparati. E non perché siano tutti già occupati, ma perché quel lavoro potrebbe anche non esistere più. O essere diventato inutile. Considerazione che un giovane di oggi è in grado di fare, avendo a disposizione gli strumenti e l’elasticità per chiedersi quali saranno le prospettive lavorative a lungo termine.

Ovviamente non parliamo di chi sogna di avere un futuro da blogger o vlogger, oppure da opinionista e videomaker. A loro auguriamo semplicemente buona fortuna. Ma stiamo parlando di casi marginali: a ben pensare una minoranza. I più ancora (fortunatamente) sembrano ancora preferire un percorso universitario o parauniversitario. Percorso che è diventato di fatto obbligatorio anche per chi voglia cimentarsi in lavori che, una volta, erano destinati a chi non aveva voglia di studiare. Elettricista o idraulico erano i mestieri di chi non amava dedicarsi ai libri ed oggi occorrono qualifiche e abilitazioni per certificare gli impianti; un meccanico è qualificato, nel suo settore, quanto un ingegnere. Ma non esistono più le dattilografe e sono ridotti al minimo i laboratori per la stampa di fotografie. Quantio altri lavori sono destinati a scomparire e nuove figure a crescere?

Ciò ovviamente si ripercuote in ogni settore del lavoro e impone di chiedersi, prima di intraprendere una strada, se al termine esistano prospettive e se abbia senso studiare, ad esempio, scienze politiche che apre esattamente tutte le opportunità di giurisprudenza o di una facoltà economica ma impedisce di accedere alle libere professioni. Forchielli sul punto ha ragione.

Sarebbe giusto dovere di un legislatore lungimirante non illudere i giovani e, di anno in anno, limitare il numero di iscritti a determinate facoltà per impedire la creazione di disoccupati qualificati che non potranno riconvertirsi. Ma le proteste nate dopo la decisione del numero chiuso in alcune facoltà, dimostra come non si voglia accettare che si corre il rischio (o spesso avere la certezza) di prepararsi ad un futuro sul divano.

Ecco che scelte quali Scienze Politiche, Filosofia, Mediatore linguistico e, purtroppo, anche giurisprudenza offrono e offriranno ancora meno opportunità di lavoro e molti laureati e diplomati dovranno adattarsi ad altro. Magari cercare di provare a leggere il futuro e rivalutare, ad esempio, percorsi quali agraria. Ma è solo un’idea.

A meno che, consci di nuove prospettive, decidano di riciclarsi a cercare un’occupazione: ad esempio il “navigator”. Potranno così decidere, se assunti con un contratto forse part time o a termine, se e come far avere ad altri loro “colleghi”, titolati e disoccupati, l’elemosina di cittadinanza in attesa del lavoro dei sogni potendone rifiutare nel frattempo due che, chissà, gli stessi navigator magari accetterebbero.

Come diceva Anatole France, l’elemosina avvilisce tanto chi la fa quanto chi la riceve. Ma è un concetto difficile da far comprendere a tutti coloro che già sono in fila attendendo che le promesse di qualcuno diventino realtà.

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