
Cronache dai Palazzi
I dazi rappresentano “una scelta sbagliata” ma “non una catastrofe, non bisogna creare allarmismi”. La premier Meloni definisce in questo modo la situazione provocata dai nuovi dazi imposti da Washington; occorre comunque “lavorare per scongiurare una guerra commerciale”. Il mondo e l’Europa nel frattempo reagiscono in blocco di fronte ad una eventuale guerra commerciale. La Germania si dichiara pronta a cercare nuovi mercati; per Londra “inizia una nuova era”; Parigi la definisce una “decisione brutale”; Pechino reagisce imponendo dazi aggiuntivi del 34% su tutti i beni importati dagli Usa.
Tale eventuale guerra commerciale crea incertezza e preoccupazione anche tra gli investitori e per le imprese. Secondo le stime di Confindustria è una situazione che potrebbe determinare un calo dello 0,6% del Pil italiano. “Il rischio di perdere posti di lavoro e localizzazione esiste”, ha dichiarato il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, intervistato dal Tg1. L’Italia rischia inoltre di perdere “60 mila posti di lavoro”, annuncia invece il segretario generale della Uil Pierpaolo Bombardieri, mentre la segretaria generale della Cisl, Daniela Fumarola, auspica che “il governo definisca un set di misure che proteggano lavoro e produzioni”. Il Centro Studi di Confindustria elenca i settori dove le esportazioni americane sono più pesanti: bevande (il 39% delle esportazioni è diretto negli Usa); autoveicoli (30,7%); altri mezzi di trasporto (34%); farmaceutica (30,7%).
“Con i dazi Usa sono a rischio 33 mila addetti nella filiera delle imprese manifatturiere impegnate nelle attività di export negli Stati Uniti. In particolare, le micro e piccole aziende, che esportano negli Usa prodotti per un valore di 17,9 miliardi, rischiano la perdita di 13 mila occupati”, ha affermato a sua volta il presidente di Confartigianato Marco Granelli. Un altro settore che potrebbe risentire della guerra commerciale intrapresa dall’amministrazione di Trump è il settore della moda. Nel 2024 l’export verso gli Stati Uniti dei comparti calzaturiero, pelletteria, conceria e pellicceria ha raggiunto un valore di circa 3 miliardi. I nuovi dazi – il +20% imposto da Trump – aggraverebbero le imposte già esistenti nel settore dell’abbigliamento. Ed infine il settore agroalimentare che vale circa 7,8 miliardi di euro. “Ogni dieci prodotti agroalimentari Made in Italy venduti nel mondo, uno finisce sulle tavole a stelle e strisce”, afferma Cristiano Fini, presidente nazionale di Cia-Agricoltori Italiani, sottolineando che “un dazio a due cifre riduce fortemente la competitività delle nostre eccellenze”. Secondo le stime di Federalimentare il 20% di tasse in più potrebbe provocare un -10% per i fatturati e un -30% sui volumi dell’export. Secondo il presidente Paolo Mascarino è auspicabile presentare alle istituzioni europee “una proposta univoca e pragmatica che metta al centro gli interessi nazionali” del settore, chiedendo nel contempo a Palazzo Chigi di “essere convocati insieme a Confindustria per gestire al meglio questa situazione”.
In sostanza gli Stati Uniti sono il terzo partner commerciale del nostro Paese dopo la Germania (12 per cento) e Francia (10 per cento). Le esportazioni italiane verso gli Usa superano in concreto i 70 miliardi di euro, un valore progressivamente in salita dal 2013. Il +20 per cento di dazi lanciato da Trump la sera del 2 aprile, secondo le stime dell’Ue, graverebbe invece sul 70% delle esportazioni europee, un mercato che complessivamente vale 370 miliardi di euro. In definitiva gli Stati Uniti potrebbero incassare circa 81 miliardi di euro in virtù dei nuovi dazi.
Da Bruxelles arriva la risposta della Commissione europea. “L’Europa ha tutto ciò che serve per superare questa tempesta”, afferma la presidente Ursula von der Leyen e, rivolgendosi a tutti i “concittadini europei”, sottolinea: “Siamo tutti sulla stessa barca. Se affronti uno di noi, affronti tutti noi. Quindi resteremo uniti e ci difenderemo a vicenda”.
Giorgia Meloni, come anche von der Leyen, auspica un negoziato, “una discussione franca” con gli americani, con l’obiettivo di arrivare a “rimuovere” i dazi “non a moltiplicarli”. La strategia della Commissione Ue è negoziare per arrivare a una soluzione che sia vantaggiosa per entrambe le parti. In definitiva “ricorrere alle tariffe come primo e ultimo strumento non risolverà il problema”. Nel contempo “siamo pronti a rispondere” puntualizza von der Leyen.
Un primo pacchetto di contromisure in risposta all’attacco statunitense riguarda l’acciaio e l’alluminio europei, pacchetto in fase di ultimazione che dovrebbe entrare in vigore il 15 aprile. Entro fine mese, invece, è previsto un nuovo pacchetto per rispondere ai dazi sull’auto. “Monitoreremo attentamente anche gli effetti indiretti che questi dazi potrebbero avere – ha spiegato Ursula von der Leyen – perché non possiamo assorbire la sovracapacità globale né accetteremo il dumping sul nostro mercato”. La strategia complessiva dell’Ue risulta essere negoziare, reagire, diversificare.
Bruxelles sta quindi elaborando una serie di proposte per arrivare ad un compromesso ragionevole con la Casa Bianca, in particolare per quanto riguarda il settore automotive, le forniture di gas e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale in Europa, in modo tale da alleggerire il deficit della bilancia commerciale degli Stati Uniti nei confronti della Unione europea. Se necessario si prenderanno di mira i servizi e ciò vuol dire intervenire sulle Big Tech. Si prevedono infine dialoghi strategici per quanto riguarda i settori siderurgico, automobilistico e farmaceutico.
Palazzo Chigi auspica a sua volta un confronto risolutivo tra Donald Trump e l’Unione europea e intende procedere con uno studio settore per settore, per poter calibrare al meglio le decisioni della Casa Bianca e valutare “le soluzioni migliori”. I dati che verranno rilevati dovranno essere condivisi con i partner europei. “Io non sono convinta che sia meglio rispondere con dazi ad altri dazi”, ha affermato Giorgia Meloni, “perché l’impatto potrebbe essere maggiore sulla nostra economia rispetto a quanto accade fuori dai nostri confini”.
Per quanto riguarda il dialogo con l’Europa “il ruolo dell’Italia è portare i nostri interessi – afferma Meloni – ma ci sono anche tanti dazi che la Ue si è autoimposta, le regole del Green deal ideologico, sull’automotive, cito l’energia sui cui dobbiamo avere più coraggio, il patto di Stabilità che ha bisogno di una revisione, il tema della semplificazione, perché siamo soffocati dalle regole. Sono “le proposte che porteremo in Europa ed è possibile che non siano perfettamente sovrapponibili con quelle dei nostri partner”, chiosa Meloni.
Occorre di certo comprendere se Trump incrementerà la dose, per ottenere dei risultati precisi dall’Ue, o se mitigherà l’attacco. Il ministro degli Esteri Tajani ribadisce a sua volta che “i dazi sono stati un errore” ma “il governo lavora da tempo su questo tema”. Nello specifico, “l’esecutivo si muove da mesi su varie direttrici: con l’Europa per concordare risposte che non inneschino ritorsioni a catena ma portino ad una trattativa con gli Usa; con un piano d’azione per aprire nuovi mercati; con possibilità di specifici accordi bilaterali”. In definitiva è “un allarmismo eccessivo” che fa crollare le Borse, in balìa di una frenesia catastrofista. “L’aumento dei dazi è un fatto negativo ma bisogna agire con grande calma”, sottolinea il ministro Tajani di fronte alle telecamere di Porta a Porta. Di certo “bisogna agire, difendere la nostra industria, difendere il nostro mercato e fare in modo che non ci sia una guerra commerciale”, puntualizza Tajani. L’ipotesi in ballo è negoziare per portare al 10% i dazi (+20%) imposti da Washington. In concreto l’articolo 2 del Trattato del Nord Atlantico rimarca che i Paesi dell’Alleanza debbano sforzarsi di “eliminare ogni contrasto nelle loro politiche economiche internazionali” favorendo “la cooperazione economica tra ciascuna di loro o tra tutte”. In questo modo i Paesi dell’Alleanza “contribuiranno allo sviluppo di relazioni internazionali pacifiche e amichevoli, rafforzando le loro libere istituzioni, favorendo una migliore comprensione dei principi su cui queste istituzioni sono fondate, e promuovendo condizioni di stabilità e di benessere”. In sostanza evitando di fatto il “muro contro muro” che scatenerebbe una vera e propria guerra commerciale.
La Farnesina nel frattempo pianifica come “giocare d’anticipo”, al fine di attutire il colpo dei dazi statunitensi, ampliando di fatto l’export italiano verso Arabia, Sudafrica, Sud America e di recente anche verso India e Giappone instaurando nuove alleanze commerciali con questi Paesi. Nuove rotte commerciali per “diversificare i mercati di sbocco dei nostri prodotti”, un vero e proprio “piano di azione del governo” rimarcato anche dalla premier Meloni che, in questo contesto, non esclude “risposte adeguate a difendere le nostre produzioni, se necessario”, ad esempio a proposito di vini, farmaceutica e meccanica.
“È necessaria una risposta basata su un approccio pragmatico, che parta dal dialogo. Un negoziato costruttivo con la schiena dritta, che tenga conto delle preoccupazioni americane ma tuteli i sacrosanti interessi europei”, sintetizza il ministro degli Esteri Antonio Tajani, auspicando una posizione prudente ma determinata nei confronti della Casa Bianca con la quale occorre necessariamente dialogare per “scongiurare una guerra commerciale che non avvantaggerebbe nessuno”. Una “risposta compatta, serena e determinata” ai dazi americani è auspicata nello stesso tempo anche dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che definisce i dazi un “errore profondo”.
In Europa nello specifico occorre lavorare per ridurre i costi di produzione a partire dai costi per l’energia, per ottenere un’armonizzazione fiscale ed è fondamentale sburocratizzare per non essere soffocati dalle regole imposte a sua volta dall’Ue. Per di più qualora dovesse salire l’inflazione negli Usa “la Fed potrebbe alzare i tassi. Non deve farlo la Bce, perché far salire il costo del denaro sarebbe molto grave, bloccherebbe l’economia”, puntualizza Tajani. “I dazi americani faranno calare il Pil europeo dello 0,3%, ma i contro-dazi Ue potrebbero provocare un crollo fino allo 0,7%”, ammonisce la presidente della Bce Christine Lagarde.
Palazzo Chigi sostiene inoltre che aiutando le imprese italiane tagliando degli altri costi, come per l’energia ad esempio, si possano colmare le perdite economiche che potrebbero essere causate dai dazi americani di Trump. Nello specifico occorrerebbe evitare di rispondere ai dazi con dei controdazi, quindi “secondo noi non vanno punite ad esempio le aziende Usa di motocicli, di superalcolici, di cosmetica, beauty, gioielleria, perché noi esportiamo in questi settori più di quanto importiamo”, afferma il ministro degli Esteri Tajani sottolineando l’intento dell’esecutivo di voler lavorare per favorire “una politica industriale per la crescita” incrementando produttività, sviluppo, tecnologia, espansione commerciale. Il vicepresidente degli Stati Uniti, James David Vance, varcherà il portone di Palazzo Chigi il prossimo 19 aprile, e ovviamente si parlerà anche di dazi. Potrebbe trattarsi di un confronto nel corso del quale il governo di Roma potrebbe fare da ponte tra Bruxelles e Washington, aprendo di fatto il varco per una trattativa risolutiva tra Ue e Stati Uniti a vantaggio dell’intero Occidente.
©Futuro Europa® Riproduzione autorizzata citando la fonte. Eventuali immagini utilizzate sono tratte da Internet e valutate di pubblico dominio: per segnalarne l’eventuale uso improprio scrivere alla Redazione